ASSEDIO

Racconto in concorso

ASSEDIO

Di Emanuela Navone

Castello della Pietra, Vobbia, 1252

Erano ormai trascorsi quattro giorni da che l’esercito genovese aveva assediato il castello. Guiscardo di Pietrasanta non era stato per nulla clemente, né pareva aver intenzione di desistere. Opizzone si alzò dal vecchio scranno di legno e si avvicinò al finestrone, scostando la pesante tenda che lo copriva. Dall’alto del castello distingueva perfettamente i soldati genovesi, disseminati qua e là lungo il sentiero che da Vobbia conduceva al castello. Le loro uniformi spiccavano tra il verde dei boschi e dei campi. Lasciò cadere la tenda e con un sonoro sbuffo attraversò il salone. Stava per scendere le scale in pietra e raggiungere il fidato Enrico, quando fu egli a raggiungerlo, trafelato.

Il volto pallido e luccicante di sudore, gli occhi sgranati e la bocca aperta non lasciavano presagire nulla di buono.

«Mio signore» sussurrò, arrestandosi per riprendere fiato. «Mio signore, è la… è la fine!»

Opizzone era conosciuto come un padrone clemente ma incline a perdere la pazienza. «Che cosa succede? Parla!»

«Le… le…» Enrico indicò una delle feritoie, al momento lasciata vuota.

Opizzone imprecò tra sé e sé. Dov’era Manfredi, per diavolo? Quel giovane soldato era troppo inaffidabile per assumere compiti di vedetta. Lo avrebbe spedito sul torrione superiore, insieme agli altri quattro. Forse si sarebbe reso più utile.

Scrutò dalla feritoia. «Io non vedo nulla, Enrico. Che cosa sta succedendo? Parla e sii chiaro!»

«Le streghe» bisbigliò Enrico, gli occhi sgranati. «Quattro immonde streghe stanno salendo al castello. Sono qui sotto! Quei bastardi genovesi vogliono attaccarci con la magia!»

Opizzone si lasciò scappare una risata, che però scemò subito. Strinse i pugni e seguitò a scendere le scale, fino al pianterreno. Lì erano accatastati quasi tutti i suoi soldati. Sbirciavano attraverso le cinque feritoie e sussurravano agitati. Opizzone si fece largo e controllò dalla feritoia più grande, spostando bruscamente Alfieri, il comandante.

Quattro donne stavano risalendo il costone inerpicandosi su per i rozzi gradini in pietra. I genovesi si erano fatti da parte. Opizzone si fece il segno della croce e mormorò una preghiera al Signore. Guiscardo non poteva essersi spinto fino a tanto. Certo, egli sapeva che al castello non si sarebbero mai arresi, come sapeva delle loro riserve nel granaio e nelle cisterne. E sapeva pure che i suoi soldati avrebbero combattuto fino all’ultimo dardo infocato e fino a che più nessuno fosse rimasto in piedi. Ma da lì a chiedere a quelle serve del demonio di aiutarli… no, non ci poteva credere. Eppure, guardando di nuovo dalla feritoia, dovette arrendersi alla realtà. Cos’erano se non streghe, quelle quattro donne? E quali diavolerie avrebbero messo in atto pur di costringerli alla resa?

«Mio signore.» Enrico gli si era avvicinato e gli aveva posato una mano sulla spalla.

Opizzone si allontanò, tenendosi la testa fra le mani.

«Mio signore, cosa facciamo?»

«Ci uccideranno tutti! Appiccheranno fuoco al castello con una delle loro diavolerie!» gridò Manfredi raggiungendoli. «Madre, non ti rivedrò più!»

Le voci si innalzarono. Opizzone si avvicinò di nuovo ai suoi uomini cercando a gesti di calmarli.

«Basta!» gridò alla fine. «Non serve urlare come donnicciole. Ci difenderemo, come ci siamo sempre difesi. Il castello non cadrà né quegli sporchi genovesi ci avranno!»

Corse su per le scale, facendo i gradini a due a due, fino ad arrivare al terzo livello. Oltrepassò il salone e le stanze dei servi (tutti rannicchiati tremanti in un angolo, tra l’altro), salì fino al granaio e poi oltre, uscendo sul torrione superiore.

Non avrebbe mai pensato di doverlo fare. Certo, durante le lunghe notti di assedio la sua mente vi era più volte andata, anche se egli aveva cercato di evitarlo, ma mai avrebbe pensato di commettere un’azione così rischiosa.

Il torrione era deserto. Opizzone imprecò di nuovo. Maledetti soldati! Bastavano quattro donne – quattro streghe! – a mandare in scompiglio l’intero castello. Meglio così, però. Non voleva che i suoi uomini vedessero quello che avrebbe fatto.

Nell’angolo a est del torrione, proprio contro il costone di roccia, c’era una pietra levigata seminascosta da una pianta di campanule. Era pressoché invisibile e all’apparenza innocua. Opizzone la spostò e allungò un braccio dentro la nicchia. Ne estrasse una scatola di legno chiusa con un pesante lucchetto. Portava la chiave al collo, insieme ad alcune altre. Fece scattare il lucchetto e aprì cautamente la scatola.

Al suo interno, un sacchetto di stoffa.

Stava per prenderlo quando si scatenò il pandemonio.

Un boato lo fece cadere a terra, per fortuna reggeva saldamente la scatola e il suo contenuto non fuoriuscì. Dabbasso provennero le urla dei soldati e della servitù. Opizzone appoggiò la scatola sul pavimento e si alzò aggrappandosi alle pareti di pietra. Cautamente si affacciò dal torrione.

«Fuoco!» gridò. «Al fuoco!»

La base del castello stava bruciando.

Quelle maledette streghe! Quel maledetto Guiscardo!

Raccolse la scatola e ne trasse il sacchettino di stoffa. Ne aprì i lembi e lasciò cadere sul palmo sinistro la polverina nera.

«È così, allora? Volete distruggere il castello! Mai! Non ve lo permetterò!» Lanciò la polvere oltre il torrione pronunciando sottovoce: «Prendi me, ma salva la Pietra!»

Il cielo si oscurò. Il sole smise di splendere. Tutto tacque. I soldati e la servitù, intenti a formare una catena nell’inutile tentativo di sedare le fiamme con un rozzo secchiello, si paralizzarono. All’esterno delle mura, le grida gioiose dei genovesi si bloccarono. Perfino il fuoco sembrò crepitare in silenzio.

Le quattro streghe si guardarono l’un l’altra. La più vecchia di loro, si chiamava Guendalina e praticava la magia da che aveva memoria, afferrò il braccio delle due accanto a lei. Poi alzò gli occhi al cielo. Le altre la seguirono, e così i soldati della Repubblica genovese.

Un enorme drago nero svettava dal torrione superiore. I denti aguzzi stillavano saliva. Aprì le fauci ed emise un ruggito che nessun essere umano aveva mai sentito, né lo avrebbe sentito in futuro.

«Il Demonio è qui!» gridò Guendalina.

A quelle parole, i soldati genovesi presero a correre giù per il sentiero di roccia, indifferenti alle grida del loro capo che intimava di fermarsi, spingendo chi aveva davanti. Uno cadde con un urlo e scivolò per il costone. Un altro venne travolto.

L’enorme drago si alzò in volo, mentre il cielo diventava via via color antracite. Aprì di nuovo le fauci, e questa volta ne fuoriuscì una lingua di fiamme, nera come ossidiana.

Nessuno venne risparmiato, a partire dalle quattro donne. La lingua di fuoco piombò su ogni essere vivente all’esterno del castello e lo ridusse in cenere. Cadde sul fuoco che bruciava la base dell’edificio e lo spense come se fosse un getto d’acqua. Cadde sui boschi e sui prati che circondavano il castello e li polverizzò.

Il drago volteggiò per due volte intorno al torrione, poi scomparve in uno sbuffo di fumo che coprì ogni cosa. Quando si diradò, la rocca su cui era incastonato il castello della Pietra era coperta di fuliggine. Il cielo si schiarì, il sole tornò a brillare.

All’interno delle mura, i soldati e la servitù si erano tutti radunati nel salone principale, dopo aver sentito il ruggito. Il giovane Manfredi fu il primo a muoversi. Corse verso il finestrone, scostò la tenda e guardò fuori.

«Che il Signore mi aiuti.» Si segnò più volte. «Sono… non c’è più nessuno! Nessuno!» Scoppiò a ridere mentre copiose lacrime gli scendevano lungo le guance.

Alcuni soldati lo imitarono, mentre due donne della servitù si abbracciavano e Maria, la più giovane, si accasciava svenuta sul pavimento.

Enrico si era accorto che Opizzone mancava, anche se non lo aveva detto agli altri per non spaventarli. Corse al pianterreno. Si sincerò che davvero fuori non vi fosse più nessuno. Rabbrividì nel vedere la cenere e la fuliggine. Vecchie storie narrate davanti al focolare gli lambirono la mente, soprattutto la leggenda che voleva fosse stato il Demonio in persona a costruire il castello e lo avrebbe protetto, stringendo un patto di sangue con i padroni che via via si sarebbero succeduti.

Opizzone non era al pianterreno. Enrico rifece le scale, superò il salone ignorando le domande di alcuni soldati e si arrampicò fino al torrione superiore.

Lì giaceva il corpo del suo signore. Accanto, una scatola di legno aperta e un sacchettino di seta vuoto.

Enrico si inginocchiò accanto a Opizzone. Aveva gli occhi aperti, l’espressione serena. Glieli chiuse e recitò un eterno riposo.

Il suo sacrificio aveva salvato la Pietra.

2 risposte

  1. Roberta ha detto:

    voto questo racconto

  2. Daniela Palla ha detto:

    voto questo racconto

    brava, mi è piaciuto molto

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