L’ASSURDITÀ UMANA

Racconto in concorso

L’ASSURDITÀ UMANA

Di Salvatore Cutugno

Il biglietto aereo era già prenotato e Dubai sempre più vicina. Di certo, non avevano problemi economici: Fabio era un chirurgo estetico; Cinzia era un rinomato avvocato, una mente! Pronta a tutto, non si creava limiti di convivenza sociale, anzi, all’occorrenza non aveva difficoltà a manifestare il suo cinismo impavido per nascondere qualcosa di sé.

Usciva di casa senza trucco e in tuta solo per fare la spesa ma, prima di andare al lavoro, perdeva ore davanti allo specchio per cibarsi degli sguardi indiscreti dei suoi colleghi. Aveva un particolare gusto per l’abbigliamento, le piaceva sceglierlo dopo aver guardato il meteo.

Capitava spesso che Gianna, la babysitter, una ragazza deliziosa poco più che ventenne, facesse il turno di notte da loro per Clarissa che, da qualche mese, aveva compiuto cinque anni.

Per il suo quinto compleanno le era arrivato Ron, un border collie, insieme a tanti noiosissimi invitati a festeggiare con grossi calici in mano. C’erano tutti quella sera, tranne Gianna. Lei non era necessaria se i genitori erano in casa.

A Clarissa, del chiasso e delle sonore risate che rintonavano dalla tromba delle scale sino alla sua stanzetta, non importava nulla. Era felice con il suo Ron.

«Clarissa, scendi! Saluta gli ospiti prima di andare a dormire» gridava la mamma.

«Grrr!» Questa era la sua risposta prima di Ron, ma poi scendeva sempre a salutare. «Grazie per i regali, sono davvero belli! Grazie a tutti voi. Scusatemi se vado a dormire.»

La mamma era categorica su questo e Clarissa aveva imparato bene le frasi, ma di giocattoli aveva le scatole piene e nessuno s’era accorto che le cose con Ron erano cambiate visibilmente.

Nessun coetaneo, in quella casa da sogno lontana dal resto del mondo, e Ron, poco più di un cucciolo, le dava tutto il suo affetto. Gianna riusciva a capirla. Abitualmente stava in tuta e a piedi nudi nella sua stanza, seduta sul tappeto con lei. Il suo ruolo non le permetteva di suggerire consigli ai genitori, guai! Doveva sposarsi con Mario che lavorava a giornata, i suoi datori di lavoro l’avrebbero vestita d’oro se avesse deciso di non farlo, e non avevano mascherato troppo bene la loro mancanza di entusiasmo, quando Gianna aveva riferito la notizia del lieto evento.

«Non sarà facile trovare una ragazza sempre disponibile come Gianna» aveva detto Fabio.

«Tu sai che saremo invitati?»

«Nooo! Pure questo?»

«Dobbiamo andarci, al matrimonio» aveva risposto Cinzia.

«Io non ho voglia, le faremo un regalo in soldi.»

«Quello lo faremo comunque, non possiamo negarlo a Gianna. Clarissa sa che le deve fare da damigella.»

«Che rottura» aveva esclamato Fabio.

****

C’era ancora tempo e non era quello il momento delle loro elucubrazioni. Era già la primavera dell’ultimo anno utile per un lungo viaggio fuori stagione. Clarissa non andava ancora a scuola, Gianna aveva provato a iscriverla alla prima elementare, ma le avevano detto che doveva presentarsi la madre.

«Caro, non vedo l’ora, tra una settimana a Dubai.»

«Certo, ma con Ron?»

«Come hai sempre fatto, ora ti crei problemi? Portalo da un dog-sitter» rispose Cinzia.

«Non ho voglia e neppure il tempo di ascoltarli, quelli…Ti assicuro che Ron troverà presto un nuovo padrone, è di razza. Non appena lo vedono in giro, avrà subito una nuova casa, e poi così faccio prima.»

«Ma Clarissa si è affezionata troppo a quel cane» ribadì Cinzia.

«Hai detto bene, e ci ignora come se non fossimo i suoi genitori. Hai notato che ci ringhia contro per manifestare disappunto?»

«Devi capirla, Fabio. Non siamo mai andati a un cinema o al parco giochi come una comune famiglia. E poi, il suo è un finto ringhio, vuole imitare il cane.»

«Tu non la capisci. Quel ringhio, lo faceva ancora prima che le regalassimo Ron. Comunque al ritorno le prenderemo un Jack Russell, lei lo adorerà e poi piace anche a me quella razza» ribatté Fabio.

«Bello! L’ho visto una volta, è incantevole. Clarissa sarà contenta, per lei sarà come avere un giocattolo nuovo. Sai già come fare?»

«Certo. Se insiste, le dirò che lasceremo il cane da un parente o amico. L’importante è partire, è tutto l’inverno che ci penso. Lo dirai tu a Clarissa?» chiese Fabio.

«No, per favore, fallo tu.»

Un giorno alla partenza, una mattina come le altre per loro, condita tra armonia e lo stress delle valigie. Non per Clarissa, che ancora non sapeva e dormiva serena accanto al suo Ron. Quella notizia non se l’aspettava e sperava che fosse un brutto sogno quando lo seppe, ma era suo padre e le metteva anche fretta.

«No, io rimango con Ron! Andate voi da soli, c’è Gianna con me… come sempre!»

«Non puoi rimanere un mese con la babysitter, siamo noi i tuoi genitori.»

«Grrr! Non vi vedo mai, per me esistono solo Ron e Gianna.»

«Questo, non puoi dirlo. Non ti facciamo mancare nulla ed è la vita. Dobbiamo lavorare e lo facciamo anche per il tuo futuro.»

«Grrr! Io non lo so cosa mi manca ma, quando ci siete, uscite sempre e puntualmente arriva Gianna.»

«Ti prometto che staremo insieme un mese e tu sarai sempre con noi. Guarda che lo facciamo per stare insieme a te.»

«Non m’importa nulla del viaggio.»

«Prenderemo l’aereo e per la prima volta vedrai le nuvole sotto di te, sarà un’esperienza unica e potrai raccontarlo alle tue amichette.»

«Io non ho amiche.»

Clarissa soppesò la magra consolazione di non avere scelta. Indifesa davanti a suo padre, con un movimento rapido si girò e mise la testa sotto il cuscino. Non lo volle più ascoltare, sapeva che avrebbe vinto lui. Come sempre. Cercò di salvare il salvabile con le lacrime agli occhi. «Al ritorno potrò riavere Ron?»

«Certo! E dai, Clarissa, non farmi perdere tempo.»

Fabio la persuase solo quando le disse che avrebbe lasciato Ron da un parente. In un mese tante cose cambiano, pensò.

Ron

Quella mattina Fabio mise Ron in auto. Clarissa, ancora in pigiama rosa, li seguiva in silenzio a passettini.

«Vengo con te, papà, voglio salutarlo» disse timida e con un filo di voce.

«Clarissa, vieni, non sei andata neanche in bagno. Aiutami a preparare la tua valigia» gridò la mamma.

«Vai da tua madre, ti sta chiamando.»

Clarissa, sulla soglia della porta, si girò verso sua madre.

«Grrr!» Un altro ringhio le uscì spontaneo, poi abbracciò il cane e sottovoce gli parlò all’orecchio. Ron girò il muso, leccandole tutto il volto.

«E dai! Salutalo, devo andare» la incitò suo padre, per metterle fretta.

«Ciao, tra un mese ti rivedrò.»

Fabio non si aspettava questa reazione e guardò in faccia Cinzia. Lei scosse la testa, ma era tardi per i ripensamenti.

Ron era già in auto con le zampe appoggiate al vetro. Guardava fuori. Voleva attenzione, si sentiva in difficoltà. Fabio chiuse lo sportello a testa bassa. Evitava di guardare gli occhi umidi di Clarissa, solo di sfuggita scoprì il suo broncio silenzioso. L’amarezza per la vittoria su sua figlia cominciava a crescere dentro di lui. Clarissa non sapeva che quella non era la normalità.

Fabio si mise in marcia e dopo dieci chilometri abbandonò la sua vittoria in un piazzale alberato a ferro di cavallo, con case attorno e qualche auto parcheggiata all’ombra, e ripartì in fretta e furia.

Dallo specchietto retrovisore si accorse che Ron lo seguiva con la lingua di fuori. Bloccò l’auto e ritornò indietro. Riprese Ron in auto. Il suo cuore batteva così forte da sembrare sul punto di scoppiare.

Ricordò che Clarissa dimenticava sempre delle bottigliette d’acqua nei portaoggetti. Ne vide una e lo fece bere, accarezzandolo in testa come se il cane dovesse comprendere, e si avviò per lasciarlo allo stesso posto.

Nuovamente si mise in marcia. Il suo volto era rosso fuoco. Sembrava un ubriaco alla guida, quando decise di imboccare l’asse viario a scorrimento veloce. Ron invece era stanco, forse aveva compreso che non doveva più corrergli dietro.

Annusò l’asfalto e seguì l’odore delle gomme di Fabio, che lo condusse all’asse viario. Lì, le troppe auto passate dopo Fabio confusero il suo fiuto infallibile.

Girovagò per giorni. Poi, rassegnato, decise di ritornare all’asse viario e si rannicchiò accanto al guardrail. A ogni auto alzava lo sguardo. Era sempre più magro, forse deluso da se stesso per non essere riuscito a entrare nelle grazie del suo padrone.

Un anziano signore lo notò passando con la sua vecchia auto. Andò a casa, tornò indietro e gli portò una scodella con tanti croccantini e una con dell’acqua fresca. Ron non seguiva quell’uomo quando andava via. Tutti i giorni il signore gli dava da mangiare e lui rimaneva sempre lì, a sperare.

Una mattina come le altre, Peppe smontava dal turno di notte all’istituto penitenziario e come ogni smontante, anche quel giorno, prima di andare a dormire preferiva fare colazione al bar del centro insieme al suo collega e anche amico Giovanni.

Quella mattina spettava a Peppe pagare la colazione. Era giovedì il mercato settimanale intasava la via principale e con l’auto presero l’asse viario a scorrimento veloce.

«Peppe, guarda quel cane! Avrà meno di un anno, non ti fa tenerezza?»

«Bastardi i padroni! È sempre la stessa storia, comprano i cani e poi li lasciano al loro crudele destino» rispose Peppe.

«Come fai a dirlo, Peppe? Forse gli è scappato, non siamo ancora in estate.»

«Giovanni, quello non è un cane che scappa. Ritorna! Non riesco a lasciarlo, potrebbe andare incontro a una morte che non merita nessuno.»

Peppe era addestratore dell’unità cinofila nel Corpo di polizia penitenziaria. Non si diventa istruttore cinofilo senza quella spiccata sensibilità verso gli animali, soprattutto per i cani.

Quando Ron lo notò, spalancò gli occhi. Peppe cascò nello sguardo di quel cane vagabondo, capì che i suoi occhi senza nome cercavano un padrone. La tristezza dell’assurdità umana lo invase. Soffocò un singhiozzo, ma c’era Giovanni, cercò di controllarsi. L’empatia tra loro era palpabile. Peppe amava i cani con tutto se stesso e Ron forse lo capì. Accostarono al guardrail e scesero. Ron scodinzolava, strusciandosi contro i pantaloni di Giovanni. Li annusò, sentiva l’odore di altri cani. Si sdraiò a terra in segno di sottomissione, coprendosi gli occhi con le zampe. Con un cenno, Peppe tentò di farlo salire nel bagagliaio dell’auto. Ron non capì quel gesto. Peppe lo sollevò di peso e lo mise nel baule. La sua agonia era finita: come previsto da Fabio, aveva trovato compagnia.

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