LA FORZA DELL’ODIO

Racconto in concorso

LA FORZA DELL’ODIO

Di Aaron Gioele Leonardi

«Quanti questa volta?»

La mia voce è assente. Posso solo immaginare la risposta: è scontata ovviamente.

Perché l’ho chiesto quindi? Per avere un briciolo di speranza? Per convincermi che forse il numero è stato dimezzato rispetto all’ultima volta?

Forse non voglio sapere quanti, ma chi.

 «Jackt, Holloway, Baker, Madison, Davies e Willard» risponde l’uomo in piedi accanto a me.

Il suo tono è freddo, senza un briciolo di emozione. Sapeva meglio di me ciò che volevo.

Non sposto lo sguardo dal muro crepato e in parte corroso che ho di fronte. Come potrei? Lì, in quella parete illuminata dalla fioca luce gialla della lampada che oscilla dal soffitto, c’è la mia personale bacheca alla quale affiggo le foto dei miei compagni caduti. Tra le cinquanta già presenti in essa, vedo aggiungersi quelle dei sei appena nominati.

«Fuori piove a dirotto, il terreno è un ammasso di fango e acqua putrida. Il forte vento copre ogni forma di rumore… Non sapevano che li stavano aspettando.»

«Mi basta sapere questo. Voglio ricordarli come degli eroi, non come degli stolti» gli dico non smettendo di fissare il muro.

Lo sento posare il fucile a terra, per poi sedersi al mio fianco. Avverto la sua forte mano poggiarsi sulla mia spalla sinistra nello stesso momento in cui la bacheca immaginaria svanisce davanti ai miei occhi, facendo riapparire il muro deturpato.

Un conforto. Ecco cosa vuole trasmettermi con quel gesto, in tempi come questi è tutto ciò che ci rimane.

Appoggio la mano sulla sua chiudendo gli occhi e abbassando il capo.

Quanti morti dall’inizio? Quanti amici abbiamo perso? Quante persone che hanno fatto parte della nostra vita adesso non ci sono più? Ho perso il conto. No, in realtà non l’ho mai iniziato per non associare dei numeri a delle persone: una conta di sangue in continua crescita, giorno dopo giorno.

«Ce la faremo» l’uomo stringe la presa sulla mia spalla.

«Hai paura, Zane?» gli chiedo.

«Costantemente. Ma è il pensiero di ciò che potrei perdere a metterla in secondo piano.»

Ciò che potremmo perdere allevia la paura. Strano, avrei detto il contrario.

Una potente esplosione proveniente dalla superficie fa vibrare lo stretto cunicolo nel quale mi trovo. Non alzo gli occhi, non mi faccio prendere dal panico. È una cosa ormai normale.

Ciò che potrei perdere…

Non so chi ci fosse nella precedente vita di Zane, o chi ci sia ancora. Non abbiamo mai parlato di questo. Sappiamo entrambi che il passato è l’arma più pericolosa di tutte: ci uccide lentamente nella maniera più cruda e violenta. Non possiamo sfuggirgli, ma non parlarne fa in modo di non accelerare il processo di tortura psicologica.

«Cosa hai da perdere?» gli domando senza pensare minimamente di togliere la mia mano dalla sua.

«La mia voglia di vivere» risponde. «Fin quando ho quella ad alimentarmi so bene che la paura di non farcela sarà sempre dimezzata.»

Resto in silenzio a riflettere su quelle parole.

«E tu? Hai qualcosa per cui vale la pena restare in vita?»

«Non qualcosa, ma qualcuno» gli rispondo.

«Senti senti! Riley ha qualcuno nella sua vita per cui vuole restare vivo. E dimmi un po’… chi è?»

«Una donna…»

«Ma quante fantastiche rivelazioni!» dice Zane con entusiasmo mentre mi accorgo che la sua voce esprime allegria allo stato puro.

Mi domando come ci riesca.

«Non credevo avessi una donna. Perché non mi hai mai detto nulla?»

«Perché non lo ritenevo necessario.»

«E adesso?»

Il mio respiro regolare tradisce la mia tristezza. Pensare a lei, alla sua bellezza e all’amore che provavo – e continuo ancora a provare – mi distrugge da dentro. È un incendio che parte dal mio cuore e lentamente si propaga anche al resto del corpo.

«Adesso le carte in tavola sono cambiate.»

«In che senso?»

Preferisco non toccare l’argomento. Per quanto male possa fare, restare in silenzio è la scelta più giusta.

«Avresti dovuto conoscerla. Credo che ti sarebbe piaciuta all’istante» gli dico con un filo di voce. La mia gola è secca come un deserto e l’aria che continuo a respirare non agevola per niente la situazione. «Non so quello che darei per stare ancora un solo secondo insieme a lei. Non hai idea di quanto mi manchino i suoi abbracci o le sue semplici parole. La sua voce… diamine, se ci penso sembra che lei sia proprio qui accanto a me, per rincuorarmi di…»

Una seconda esplosione interrompe le mie parole. L’intero rifugio sembra voglia crollarci addosso. Stringo maggiormente la mano di Zane mentre alzo gli occhi al soffitto: una reazione del tutto involontaria ma che sembra aiutarmi e darmi coraggio. Dopo qualche secondo tutto sembra finire così come è iniziato.

Respiro profondamente. La polvere mi entra nelle narici e il suo odore pungente sembra graffiarmi le vie nasali fino ad arrivare ai polmoni. Stranamente voglio godermi questa strana sensazione.

«Sai Zane, non credo che la rivedrò più.»

«Cosa stai dicendo? Vinceremo questa battaglia. Tornerai da lei e farò in modo di conoscerla.»

«Potremmo vincere la battaglia, ma la guerra l’abbiamo già persa prima che iniziasse. Guarda in faccia la realtà» gli dico alzando leggermente il tono della voce mentre abbasso il viso a terra. Serro i denti e stringo la mano libera in un pugno. «Non doveva succedere! Nulla di tutto questo! Eppure guarda come ci siamo ridotti? E per cosa poi? Per combattere un nemico senza identità precipitato da un cazzo di portale apertosi sopra la sede della B&Q Industries di Grand Island! Io… io non la rivedrò più.»

La sua mano lascia la mia spalla e improvvisamente sento un senso di vuoto incolmabile. Vorrei afferrargliela e costringerlo nuovamente a poggiarla dove era prima, eppure resto immobile a sopportare quella momentanea solitudine. Lo sento alzarsi per poi inginocchiarsi di fronte a me. Entrambe le sue mani mi afferrano il viso costringendomi ad alzare gli occhi per incrociare il suo sguardo. Mi oppongo applicando la forza necessaria per restare con il volto verso il basso.

«Riley, guardami!» mi dice Zane.

Non voglio farlo. Non ho intenzione che veda…

«Non nascondere le tue lacrime. Sei uno dei pochi che ha ancora la forza necessaria per piangere.»

Solo quelle parole sono in grado di sbloccarmi. Alzo gli occhi su quelli verdi di Zane che mi osserva in silenzio. La vista mi si appanna, comincio a vedere molteplici copie dell’uomo che ho di fronte, mentre il labbro inferiore inizia a tremare.

“Calmati! Per Dio, calmati!” continuo a ripetermi mentalmente nel contempo in cui avverto un nodo stringersi alla mia gola.

Due lacrime scivolano lungo le mie guance. Le mani di Zane mi afferrano nuovamente le spalle; come prima non mi oppongo, ma continuo semplicemente a guardarlo negli occhi, il cui colore sembra sfocarsi.

«Vorrei semplicemente che fosse qui. Lei saprebbe darmi la forza necessaria per andare avanti, proprio come ha sempre fatto. Le sue ultime parole mi rimbombano ancora in testa» sussurro. Gli occhi mi stanno bruciando come due tizzoni ardenti e devo obbligatoriamente battere le palpebre alcune volte per alleviare quel dolore. «Ci separammo quattro anni fa. Erano appena iniziati i primi attacchi e per il bene di tutti decisi di affrontare la minaccia, sebbene non ne conoscessi la natura. Mi abbracciò e mi disse di non combattere dominato dalla forza dell’odio. All’epoca non capii di cosa parlasse ma adesso…»

«Ehi, non sei obbligato a parlarmene. Lo sai.»

«Sto combattendo una guerra spinto da quell’odio dal quale mi aveva messo in guardia. Per i miei compagni caduti. Per il futuro del nostro mondo. Per la loro predominanza numerica. Ogni stralcio di sentimento positivo è stato annullato dal primo momento in cui abbiamo impugnato un’arma.»

«Perché stai dicendo queste cose?» mi chiede Zane.

Prima che io possa rispondere, una porta in fondo al corridoio viene aperta dall’esterno con un potente calcio. Sull’uscio un uomo sui sessant’anni richiama la nostra attenzione.

«Riley Britt!»

Chiudo gli occhi mentre cerco di alzarmi in piedi.

«Cosa… no! Che storia è questa?!» strepita Zane, indirizzando l’indice in direzione dell’uomo alla porta.

«Ho sempre impressa l’immagine di lei voltata di spalle, rivolta verso i fornelli mentre prepara la colazione: l’odore delle uova e del bacon che sfrigolano in padella; lo sciroppo d’acero sopra il tavolo accanto ad una torre di pancake. Poi si volta e con la sua espressione sorridente mi dà il buongiorno» dico, più a me stesso che a lui, rialzandomi del tutto e imbracciando il fucile.

Zane sgrana gli occhi, la bocca semiaperta mentre osserva alternatamente me e l’uomo alla porta.

«Riley no!»

«Mi dispiace, Zane.»

«No!» urla mettendosi tra me e lui. «Non sei ancora pronto!»

Lo scosto con la mano, oltrepassandolo per dirigermi verso il mio superiore che ci osserva a braccia conserte. Sento la mano forte stringermi il braccio per bloccarmi.

«Riley, perché?»

«Gli ho ordinato di uscire in superficie poco più di un’ora fa» risponde l’uomo alla porta.

«Krys! Figlio di puttana!» sbraita Zane agitandosi per correre verso di lui e probabilmente ucciderlo con le sue stesse mani.

Lo blocco, osservandolo negli occhi. Scuoto la testa. Altre lacrime sgorgano dai miei occhi, ma a differenza di prima, le mie labbra abbozzano un sorriso.

«Sei un amico Zane. Mi sei sempre stato accanto. Non ti ho mai chiesto nulla, ma adesso ti affido un compito importante.»

Non riesco a placare la sua rabbia, ma sembra essere più ragionevole di quanto non lo fosse pochi attimi prima.

«Non affidarmi nessun compito. Qualunque cosa tu debba fare… la farai al tuo ritorno.»

«Se mai tu dovessi ritrovarti al Rifugio 617, cercala e dille di perdonarmi per non averle mai dimostrato quanto bene io le volessi. Sono sicuro che non avrai problemi a riconoscerla…»

Le sue braccia mi cingono in un abbraccio, capisco che non vuole lasciarmi andare. Cazzo, non voglio andare io stesso.

«Lo farò. Lo farò Riley, dovesse essere l’ultima cosa che faccio prima di lasciare questo mondo.»

«Grazie» gli sussurro stringendo tra le mani la sua divisa.

«Come si chiama?» mi chiede con tristezza.

«Grace, ma io…» deglutisco e chiudo gli occhi ancora una volta. «Io l’ho sempre chiamata mamma

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