BENVENUTO NELL’OMBRA

Racconto in concorso

BENVENUTO NELL’OMBRA

Di Arianna Coletta

Ogni giorno, ormai da tempi dimenticati, il sole sorgeva al mattino e tramontava la sera proiettando durante la giornata giochi di luce e ombre negli angoli di quella città.

Solarium era una megalopoli dedita alla perfezione. L’obbiettivo comune era migliorare la vita fino a renderla perfetta. Ma la perfezione è uno stato impossibile da raggiungere perché l’uomo ogni giorno crea nuove necessità da soddisfare.

Solarium progettata e costruita da uomini era piegata alle stesse regole.

Marcus era uno dei progettisti. Ideava soluzioni alle frivole problematiche che gli abitanti ponevano. Quel giorno era solo, seduto davanti allo schermo nero nella stanza che condivideva con colleghi ritornati a casa dalle famiglie. Il sole stava terminando il suo ciclo.

Una delle famiglie della città aveva richiesto una nuova ala. La figlia, dopo aver cambiato molteplici passioni ora sentiva di essere dotata per la scrittura. La nuova struttura prevedeva un’ampia vetrata a est che avrebbe permesso al sole di sorgere nella stanza e illuminare lo scrittoio dove ella avrebbe potuto scrivere.

Il problema principale era sempre quello. Creare meno ombra possibile.

Il cantiere era già stato avviato, i mezzi avevano scavato le fondamenta. La vetrata non era un problema mentre il fatto che la ragazza volesse una torre che imitava gli antichi castelli come nelle fiabe lo era. La sua ombra avrebbe invaso nel pomeriggio il parco adiacente dove spesso si attardavano le sue sorelline e peggio ancora, si sarebbe allungata fin sopra alla casa al tramonto.

Il giovane decise di andare al cantiere sperando in qualche idea. Quando era piccolo suo nonno, architetto anche lui, lo portava a vedere i cantieri spiegandogli che sotto la luce del sole le cose erano più semplici.

Percorse il tragitto sotto le accecanti luci stradali fino alla casa della ragazzina. I proprietari non c’erano. Sarebbero tornati ad opera ultimata. Osservare il tramonto dalla posizione soprelevata dell’abitazione toglieva quasi il fiato. L’enorme sfera solare si nascondeva dietro alla linea delle colline e il cremisi andava scomparendo lasciando spazio al freddo della notte. Si avvicinò alla voragine creata per le fondamenta.

Gli architetti progettavano tutto ciò che evitava ombre nella città perché quelle fette di oscurità che si allungavano lungo le strade erano pericolose porte per accedere a qualcosa di imperfetto. Il ragazzo, immerso nei suoi pensieri, mise malamente un piede e perse l’equilibrio finendo nella buca. Nessuno udì le sue grida perché la sua voce venne divorata insieme a lui dall’ombra.

Marcus aprì gli occhi ma vide solo buio. Tutti i sensi erano come anestetizzati ma si impose di respirare a fondo ed espirare lentamente. La paura non lo avrebbe aiutato nel non luogo dove si trovava.

Si sedette e la vista cominciò ad abituarsi all’oscurità. Vedeva luce passare dai bordi di quella che doveva essere una porta. Decise di alzarsi in piedi e vedere di scoprirlo. Con le mani tese arrivò a toccare la maniglia. Aprendo, luci al neon traballanti mostrarono una strada che si snodava come una serpe fra ruderi fatiscenti, immondizie dagli odori pestilenziali e quello che rimaneva di uomini sotto a cartoni inzaccherati. Sotto una delle fredde luci vide una ragazza. Buia come l’ombra stessa a malapena se ne scorgeva il viso.

I loro sguardi si incrociarono e lesse il terrore in quello di lei «Uno straniero fresco fresco dai piani superiori!» esordì in un tono forzatamente allegro «Quale delle tante attrazioni nell’ombra cerca questo giovane?» domandò.

«Sono caduto. È per errore che sono qui» rispose Marcus.

«Nessuno arriva mai qui per errore. Io sono Ariadne vieni dentro con me. Benvenuto nell’ombra» disse e senza attendere risposta lo trascinò con sé nella fatiscente dimora.

«Senti io non cerco nulla e non dovrei neanche essere qui. Ero in un cantiere e …»

«Sta zitto e ascoltami» proruppe la ragazza stoppando il suo sproloquiare «la fuori c’è gente che aspetta gli stupidi come te che arrivano dalla luce per errore».

«Perché che cosa vogliono?» insistette Marcus.

«Adesso vieni. Dobbiamo fingere che tu sia un mio cliente e dobbiamo renderlo credibile» disse sotto voce la donna.

Entrarono in uno stanzino illuminato da luci simili a quelle all’esterno dei più disparati colori rendendo l’ambiente psichedelico. Una poltrona medica che aveva visto tempi migliori occupava il centro dell’angusto spazio.

«Senti Ariadne, sei una bellissima ragazza ma io non voglio alcuna prestazione a pagamento» cominciò a spiegare l’architetto.

«Senti, come ti chiami? Lascia fare non fa niente. Hai pensato male. Io faccio tatuaggi. Adesso siediti dovrò fartene uno o due» la ragazza cominciò ad armeggiare con i suoi attezzi.

«Scusa, non volevo offenderti. Io mi chiamo Marcus. Mio nonno mi raccontava spesso storie sull’ombra. Diceva di esserci stato. Anche lui aveva dei tatuaggi».

Ariadne cominciò a disegnare un aereo sul braccio di Marcus mentre il giovane la osservava. Utilizzava un bastoncino con diversi intarsi lungo il manico e lo intingeva ripetutamente in una boccetta d’inchiostro che sembrava emanare fumenti fosforescenti.

«Ci sono regole qui nell’ombra che voi che siete alla luce ignorate. Io tatuo simboli che proteggono, che ammaliano, che allontanano, che avvicinano. Simboli che permettono tante cose e non ne permettono altre. L’aereo è il simbolo che riporta alla luce».

«Quindi lo fanno tutti?» chiese il ragazzo.

«Non se ne fanno molti ormai, non è così semplice. Guarda il mio braccio» disse sfilandosi la manica nera. Mostrò un aereo stilizzato, una nave e un palloncino. «Questi simboli avrebbero dovuto riportarmi alla luce. Ci sono voluti anni per poterli ottenere ma nonostante tutto sono ancora qui. È l’ombra che decide. Se l’ombra ti vuole non ne esci più».

«Come mai non ne fai molti? Chi vorrebbe rimare qui? Anche se non dovesse funzionare almeno un tentativo lo farei!» esordì l’architetto.

«Ho fatto» disse la ragazza «Marcus chi entra qui deve pagare molto più di quanto immagini. Quegli uomini che sembrano dei barboni quando uscirai da qui pretenderanno un compenso alto».

«E di quanto si tratta?»

«Estrarranno da te tutta la luce che hai incamerato per anni in base al prezzo da pagare e non sempre sono in grado di fermarsi al momento giusto» rispose Ariadne fissando il pavimento.

«E che succede se non si fermano in tempo?»

«Nella migliore delle ipotesi muori. Nella peggiore vivrai per sempre qui».

Ascoltate quelle ultime parole Marcus prese la sua decisione. Si alzò e andò alla porta. Prima di uscire si voltò e disse «Grazie per avermi aiutato, non lo dimeticherò».

Ariadne sembrava pietrificata «Non hai capito cosa ti ho detto? Non hai visto come mi hanno ridotto? Possiamo provare a mercanteggiare!» ma la sua voce fu interrotta dalla porta che si chiudeva.

I barboni da cui lo aveva messo in guardia erano in piedi davanti a lui. «Giovane architetto i servizi della nostra bella sono stati di tuo gradimento? Quanti anni sono che quella è qui? Forse dieci anni o forse venti ma cosa importa. L’importante è che il signorino qui presente ora deve pagare» disse incrociando le braccia sul petto il barbone che sembrava comandare.

«Pagherò conosco già la procedura. Non perdiamo tempo» rispose Marcus con freddezza.

I barboni presero il ragazzo per le braccia trascinandolo in un antro. Chiusero la porta e il buio tornò ad invadere tutto.

L’unico rumore che si sentiva era il fruscio dei vecchi stracci luridi dei barboni e lo strisciare delle loro scarpe scollate quando il suo udire fu interrotto da decine di mani che dai fianchi camminavano verso la sua testa.

È giunto il momento pensò e chiuse gli occhi già ciechi nell’oscurità.

Quando era ragazzino amava passare più tempo possibile con suo nonno.

Il vecchio spesso si perdeva nei ricordi ma insieme progettavano e costruivano giochi. Quando pizzicava il giovane Marcus ad osservare l’ombra al limite della luce diceva sempre “Se mai succederà pensa al righello che usiamo per i nostri giochi. Immergilo nella tua luce e quando ne avranno presa un centimetro chiudi i rubinetti. Ricorda ragazzo, non possono prenderne più di quella che vuoi dargli”. Quelle parole, durante i racconti di Ariadne erano riemerse dal baule dei ricordi.

La luce sprigionò dal suo corpo irradiando per un attimo la stanza ma il giovane uomo aveva fisso nella mente l’immagine di una caraffa trasparente sotto ad un rubinetto aperto da cui scendeva un fluido lento, dorato e luminoso e all’interno di essa il metro utilizzato con suo nonno. Un millimetro, due millimetri, tre millimetri, contava nella sua testa le linee marcate con il nero, quattro millimetri, cinque millimetri, i segni venivano sommersi dal liquido iridescente, sei millimetri, sette millimetri, otto millimetri, nella sua mente la mano stringeva il rubinetto lasciando scendere un rivolo spesso come un capello.  nove millimetri, un centimetro! La luce dorata scomparve nell’ombra e nella testa di Marcus si creò il buio più pesto che potesse immaginare, un nulla da cui non poter prendere alcunché.

«Ehi! Che succede? Che hai fatto moccioso?» disse spazientito il barbone capo.

«Ho pagato il mio debito in misura maggiore di quella che avrei dovuto pagare. Ora posso andarmene» sciogliendosi da quella mani avide.

«E chi ti ha detto che ti lasceremo andare via? Nessuno se ne va da qui se non decide l’ombra» disse uno dei barboni.

In quel momento un lieve fascio di luce solare scese dal cielo. Marcus si diresse con passo sicuro verso di esso. Giunto al limitare del confine fra i due mondi si voltò per un ultima volta e a pieni polmoni urlò «Ariadne corri!»

La ragazza che era uscita ad osservare la scena impotente corse verso Marcus e stringendosi la mano attraversarono il passaggio alla luce. Il nonno del ragazzo lo aveva avvertito di usare un centimetro e non più ma quando scappò dall’ombra egli portò via con sé sua nonna “Un centimetro fu sufficiente a pagare il mio e il suo debito. L’oscurità comprende quando è il momento di lasciare andare le sue prede. Quando insieme non hanno più paura”.

15 risposte

  1. Marco ha detto:

    Voto questo racconto

  2. Emanuela ha detto:

    Vostro questo racconto

  3. Barbara ha detto:

    Racconto molto coinvolgente ed emotivamente toccante

  4. Patrizia ha detto:

    Si cela in questo racconto una penna fluida fantasia e passione per la scrittura

  5. Stefano S ha detto:

    Breve ma intenso…Scorrevole e ben scritto,una trama Intrigante che non lascia niente al caso.
    Arianna Coletta è una costante sorpresa!

  6. Maila ha detto:

    Voto questa storia

  7. Guido Maria Carioli ha detto:

    Voto questo racconto

  8. Stefano S ha detto:

    Voto questo racconto

  9. Sibilla ha detto:

    Voto questo STUPENDO racconto

  10. Roberta ha detto:

    Voto!

  11. Paola ha detto:

    Voto questo racconto

  12. Marianna ha detto:

    Molto piacevole. Bravissima Arianna!

  13. Sara ha detto:

    Voto questo racconto

  14. Daniele ha detto:

    Bellissimo !!!

  15. Sara ha detto:

    Voti questo racconto

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