LA BATTAGLIA DELLE 12 VITTORIE

Racconto in concorso

LA BATTAGLIA DELLE 12 VITTORIE

Di Sonia Bellazzi

«Corri, Ehlimir, corri!» questa era la cantilena che risuonava sempre nelle sue orecchie, ma ormai aveva perso il conto di quanti passi erano stati fatti in quei terribili giorni e di quanto sangue era stato versato sui campi di battaglia.
«Il tuo popolo ha bisogno di te! Ehlimir, devi guidarci, devi guidarci tut…» ma la consigliera Brekl non riuscì più a parlare, dato che una freccia le aveva perforato lo sterno.
«No!!! Brekl, ti prego, no!» l’urlo di Ehlimir si estese nella notte, ma era già troppo tardi. La luce negli occhi della sua bellissima e leale consigliera elfa Brekl si era definitivamente spenta. Ehlimir non riusciva più a muoversi né a trovarne la forza, eppure si sentì trascinare ed urlare dietro da qualcun altro che la portò poi lontano da quel campo di sterminio, mentre lacrime roventi le scorrevano sulle guance.
«Maestà! Vi prego riprendetevi, maestà!» sentiva che qualcuno l’aveva fatta sedere su un sasso, e nel mentre la scuoteva e tentava di riportarla a qui, al presente, lontana dal torpore dove si era rifugiata per non soffrire.
Aprendo gli occhi, vide che ciò che rimaneva del suo popolo era lì, nascosto nella foresta, ed ogni altro elfo la fissava con tutta la speranza rimasta che brillava nello sguardo.
Doveva far qualcosa, e non solo per rispettare la promessa fatta a Brekl giorni prima di combattere e vincere, ma anche per dare un futuro alla gente che si fidava di lei.
Seppur tremante e debole, si rialzò in piedi, asciugandosi le lacrime. «Scusate per questo mio momento di debolezza, mia gente di Vasciz. Stiamo lottando contro un nemico forte e quasi indistruttibile, ma loro non hanno ciò che abbiamo noi. Noi abbiamo a cuore i nostri ideali e tutte le persone qui presenti perché siamo una grande famiglia.» Intanto il suo popolo la ascoltava, sentendo rinascere la speranza e la voglia di vedere un domani, di combattere.
«Ora andiamo là fuori e mostriamo quel che sappiamo fare. Mostriamo ai nostri nemici che non abbiamo paura e che riconquisteremo la nostra casa!»

Urla acclamarono la fine del discorso, ed al tempo stesso ogni elfo sguainò la propria spada, anche i più giovani tra loro, levandola al cielo.
Uscirono dalla foresta urlando e correndo, incuranti di tutte le frecce che arrivavano a pochi centimetri da loro, evitando di guardare i loro stessi caduti perché nulla doveva fermarli in quel momento. Tutt’intorno a loro si estendeva una valle infinita di morte, l’aria era satura dell’odore di sangue e delle urla sia degli elfi che dei loro nemici, che erano molto di più e molto più forti. Nonostante questo, il popolo di Vasciz andò avanti, lanciò fendenti, aiutò la propria gente.
La principessa Ehlimir, disperata e forte al tempo stesso per le perdite avute, si lanciò sui nemici con una forza mai avuta prima. Era forse questa la loro vera magia, quella che custodivano e si tramandavano da generazioni? Era per questo che i nemici li avevano attaccati così brutalmente, strappandoli alla loro terra?
Oramai nulla aveva importanza. Si ritrovò ferita, con tagli provocati da frecce lanciategli vicine, ma in quel momento voleva solo portare la sua gente alla salvezza ed alla vittoria. Erano passate quasi due settimane da quando questo era iniziato, precisamente da dodici giorni, e tutti erano stanchi ed affamati e sul punto di crollare, ma ce l’avrebbero fatta, in onore degli elfi che non c’erano più ma che avevano contribuito a portarli fin qui.
Con maestria riuscì a colpire più nemici di seguito, salvo poi venire trafitta da una freccia che le mozzò il fiato e le perforò un fianco, laddove l’armatura non la copriva in quanto ormai distrutta da quelle battaglie.
«Principessa!» sentì urlare dal suo popolo, ma lei non si fermò e continuò a lottare.

«Popolo di Vasciz! Non fermatevi! Riconquistiamo ciò che è nostro!» ed urlando, sia per il dolore che per dare carica alla sua gente, decapitò il capo dei nemici che l’aveva colpita con la freccia e che aveva fatto l’errore di presentarsi davanti a lei, credendo di poterla finire. La sua testa, con il sorriso ancora ghignante e dai denti aguzzi, rotolò vicino ai suoi piedi.
«Aaaah!» si mise ad urlare a pieni polmoni Ehlimir, sollevando la testa del suo acerrimo nemico e tenendola in alto per i capelli. «Questo è quello che succede a minacciarci! Questo è quello che succede quando si tenta di rubare ciò che non è vostro di diritto! Noi, elfi e popolo di Vasciz, vi fermeremo e libereremo le nostre terre dal male che rappresentate! Popolo, siete con me?»

Urla di gioia e spade si levarono al cielo in accoglimento delle parole della loro principessa.
I nemici, vedendo il loro leader ormai sconfitto e sentendosi sopraffatti dall’energia che gli elfi ancora mostravano, fuggirono via, allontanandosi nel cielo buio, sulle loro ali nere del colore della morte.
«Urrà! Urrà! Finalmente abbiamo vinto! Viva la nostra principessa, viva il nostro popolo!» Gli elfi iniziarono a gioire ed a piangere lacrime di gioia, sentendosi finalmente liberi dopo un massacro che li aveva privati di energie, forze e compagni.
Ehlimir sorrise stancamente e con la vista annebbiata. Il suo popolo era salvo: contava solo questo. Aveva mantenuto la promessa di portarli ad un nuovo domani.
Crollò in ginocchio sulla terra bagnata di sangue, sudore e lacrime.
«Principessa! La principessa sta male! Correte, portate delle bende e delle erbe magiche! Presto!» sentì urlare da molti suoi leali compagni, terrorizzati all’idea di perderla, ma lei continuò a sorridere anche quando le forze le vennero del tutto meno e si accasciò a terra, sentendo qualcuno che dolcemente la cullava e che tentava di medicarla.
Riaprendo gli occhi, vide uno ad uno gli elfi per i quali aveva combattuto e che erano la sua famiglia.
Sorridendo, sapeva che il suo compito era stato portato a termine, ed allungando la sua spada, indicò con l’elsa la figlia di Brekl

«Mivla, sei cresciuta con me, so che sarai una guida degna per il tuo popolo e che renderai fiera sia me che tua madre.» Mivla sgranò gli occhi, luccicanti di lacrime, e, buttandosi in ginocchio accanto a Ehlimir, le prese la mano, che la principessa strinse.
«Ti prego… ti affido… tutti noi. Viva… gli elfi… viva… Vasci…z» e, terminando la frase, Ehlimir morì con un dolce sorriso sulle labbra, accanto ai volti delle persone che avevano sempre fatto parte del suo cuore, mentre tutti la acclamavano e piangevano.

«Gotty! Svegliati! Amore, se tardiamo ci puniranno! Gotty!» Gotty aprì gli occhi, e si ritrovò in una stanza minuscola, in penombra, con qualcuno che la fissava preoccupata.
«Mammina, sei tu?» chiese Gotty con voce flebile, adatta alla sua età di undicenne.
«Sì mia principessa, sono io. Vieni, sbrigati, dobbiamo andare a lavorare, altrimenti loro ci puniranno come la scorsa volta» le disse la madre, mostrandole le cicatrici sulle mani, laddove era rimasto il segno delle ustioni. Da quanto erano malridotte a malapena riusciva a chiuderle a pugno.
Gotty si alzò in piedi dal suo giaciglio freddo e duro sul pavimento, e seguì la madre fuori dalla stanza, dove imperversavano le fiamme ed i ruggiti dei draghi, che non facevano che ricordare loro chi comandava, e le urla dei poveri malcapitati che ne subivano le conseguenze.
Mentre si muovevano, le catene ai loro piedi risuonavano sbattendo contro il pavimento freddo. D’un tratto, si ritrovarono in una caverna piccola e buia, illuminata solo da poche luci sparse qua e là sul soffitto. Tutti loro nani erano ridotti in schiavitù a scavare e raccogliere gemme preziose. Chiunque tardava nel lavorare o tentava di rubare qualcosa, veniva arso vivo dalle fiamme brucianti dei draghi.
Gotty si mise lentamente i guanti ed aiutò sua madre a mettersi i suoi, mentre guardava fuori quelle creature immense volare con velocità. Di loro riusciva solo a vedere le ali nere. Si diceva, inoltre, che se riuscivi a vedere loro le zanne, quella sarebbe stata l’ultima cosa che avresti visto prima di morire.
Ritornò con lo sguardo a fissare sua mamma, che la guardava triste.
«Un giorno, piccola mia, riusciremo ad andarcene» le disse dolcemente sua madre mentre le carezzava una guancia.
Sì, un giorno avrebbero avuto di nuovo la libertà. Un giorno avrebbero riconquistato la loro vita. Un giorno Gotty avrebbe avuto dodici anni, ed anche se sarebbe stata comunque una bambina, avrebbe sguainato la sua spada, ed avrebbe vinto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: