KAIROS

Racconto in concorso

KAIROS

Di Isabella D.P. Bonet

«Mi piace questa stanza» disse con occhi pieni di meraviglia. «Sebbene sembri una scatola, mi piace molto. È bella luminosa, come lo era il mio primo appartamento. Credi che potrò rimanere qui a lungo?»

«Potrai rimanere qui tutto il tempo che vorrai.»

«E potrò portare qui i miei libri? Sai, i miei alunni preferiscono quando spiego loro la lezione con parole altre rispetto a quelle riportate sui libri di testo; per farlo, però, devo prima studiarmi IO la lezione…» concluse sorridendo.

«Nel pomeriggio ti farò avere i tuoi libri, non ti preoccupare. Ma ora sistemiamo i tuoi vestiti, che ne dici?»

«Non ho vestiti da sistemare, me li hanno bruciati tutti durante la guerra. Di che vestiti parli? Sei una nazista? Vuoi burlarti di me?»

«Maria guardami, sono io, Elettra, tua nipote. Ti ricordi?»                                                        

«Io non mi sono mai sposata, non ho nipoti!»

«Sono la figlia di tua sorella, infatti.»

«Questo italiano è così difficile per noi stranieri. Non credo lo imparerò mai bene… Quindi tu sei la figlia di una sorella mia? Ma a me non pare di aver sorelle… Sono rimasta orfana ed ero figlia unica…»

«I miei nonni ti hanno adottata. Ricordi?»

«Cosa vuoi rubarmi? Io non ho niente. I nazisti hanno preso tutto, anche le vite dei miei genitori. Vattene!»

«Torno più tardi con i tuoi libri e, se vorrai, mi piacerebbe vedere come prepari una lezione per i tuoi alunni.»

«La dovrò preparare bene. La prossima settimana hanno una verifica e non vorrei dover mettere delle insufficienze. Ti aspetto coi miei libri. Non tardare, per favore.» Pronunciando quelle parole le tornò il sorriso, un sorriso carico d’affetto.

***

«Sei riuscita a farle riporre i vestiti nell’armadio?»

«Ci proverò più tardi. L’argomento vestiti è ancora tabù: si ricorda di quando glieli hanno bruciati…»

«Ma devi farla sistemare in quella stanza, altrimenti gliela leveranno! Sai quanto siano fiscali in questo luogo!»

«Lo so che se non dimostra almeno una discreta lucidità non la faranno rimanere, ma forzarla non è la via.»

«Io non intendo portarmela a casa! Trova il modo di farla rimanere qui, altrimenti te ne dovrai occupare tu!»

«D’accordo mamma, troverò un modo per far rimanere la zia in questo gerontocomio…»

«E non chiamarla zia! Non abbiamo nessun legame di sangue con lei! Ti aspetto per cena. Non fare tardi.»

“Come se il sangue contasse più dell’appartenere tutti al genere umano…” rifletté fra sé Elettra guardando sua madre andarsene.

«Vuoi una mano con gli scatoloni?»  chiese una voce alle sue spalle, distogliendo Elettra dal suo rimuginare.

Si voltò: era Piero, il factotum del luogo.

«Grazie, volentieri. Salire tre piani di scale mi mantiene sì in forma, ma…»

«È per questo che mi hanno inventato: rendere più agevoli, per quel che mi è concesso, le altrui vite.»

Le uscite di Piero erano sempre un toccasana per l’anima: era capace di far sorridere nei momenti bui tanto quanto offrire un consolatorio abbraccio nel frangente di disperazione, che in quel luogo si presentava più spesso di quel che nella comune vita degli altri fuor da quelle mura – succedeva.

«Tre scatoloni di libri! Riuscirai a farli star tutti in quella piccola stanza?»

«Sono una discepola del Tetris, penso di riuscirci…»

Piero la guardò con una sommessa ammirazione: per lui lei era l’unico aggancio con la realtà esterna; l’unica non ospite che gli rivolgesse la parola senza trattarlo con sufficienza, senza farlo sentire un inetto.

Piero, la cui unica colpa era stata nascere inadatto a perseguire i comuni obbiettivi della gente normale, era stato abbandonato da bambino dinanzi la porta di un’Opera di Carità e, da allora, aveva trascorso la sua esistenza vagando, come un pacco postale, d’istituto in istituto. All’età di dodici anni gli fu fatto notare quanto il mantenerlo costasse alla comunità e, da quel momento, si era impegnato ad esser d’aiuto in ogni modo all’interno degli ospizi che lo andavano ospitando.

Da due anni però, da quando Elettra aveva preso servizio come assistente sociale in quell’accogliente R.S.A., Piero aveva scoperto il piacere d’esser guardato con un sorriso, quel sorriso che Elettra offriva ad ogni singola persona che incontrasse. Finalmente, dopo più di trent’anni, anche Piero si sentiva appartenente ad una comunità: una comunità fatta di persone a cui Elettra rivolgeva un sorriso e una parola.

Da lei, dal suo agire, Piero aveva imparato molto, tanto da diventare egli stesso capace di dispensare un sorriso a chi era triste o un abbraccio consolatorio a chi era preda dello sconforto.

Già prima dell’arrivo di Elettra lui era abile nel farsi spiegare dai suoi coinquilini quali fossero le loro esigenze, esigenze che chi vi lavorava aveva sì la voglia d’ascoltare e soddisfare, ma non il tempo.      

Il Tempo era l’unica cosa che Piero avesse abbondantemente a disposizione: il suo vivere in un mondo parallelo rispetto agli altri, un mondo fatto di eventi – come lo sbocciare di un fiore – troppo poco significativi secondo l’opinione di chi lo circondava, aveva creato in lui una linea temporale costituita di singoli istanti anziché di una narrazione continua, con un passato, un presente ed un futuro.

Privato, fin dall’infanzia, della possibilità di un futuro, impossibilitato a conoscere il proprio passato, Piero viveva un eterno attimo presente dove v’era poca differenza tra cosa fosse successo il giorno precedente e un qualsiasi giorno vissuto molto tempo prima. Ed era questa la peculiarità che aveva in comune con molti degli ospiti delle strutture in cui si era trovato a vivere: sia per Piero che per quei suoi coinquilini simili a lui il passato non era che una serie d’istantanee che rappresentavano singoli eventi della loro vita, senza apparente nesso causale. L’unica differenza tra Piero e gli altri era che lui poteva evocare a proprio piacimento i ricordi – che lui chiamava fotografie dell’esistenza – mentre così non era per chi aveva, fino ad un certo punto, beneficiato d’una narrazione interiore di tipo diacronico.

«Sei sempre così gentile, nonché l’unico che io conosca capace di portare un po’ di serenità laddove sembra impossibile farlo. Con la tua sola presenza riesci a calmare un’anima tormentata. Io mi devo impegnare nel mantenere il sorriso e donare un poco di tranquillità a coloro che ne necessitano, mentre tu…» Colta di sorpresa dal suo stesso ragionare, Elettra si fermò sul pianerottolo del secondo piano e, un po’ imbarazzata, chiese: «Ti andrebbe di rivelarmi il tuo segreto?».

Piero, lusingato da tanta attenzione, poggiò a sua volta gli scatoloni e, tendendole una mano, disse: «Se ti fidi, vieni con me e ti mostrerò quel che tu hai definito il mio segreto».

Di lì a poco, passando per tortuosi e bui corridoi, Elettra si ritrovò innanzi una porticina, dall’aspetto dimenticato.

«È il vecchio accesso al locale caldaie» la rassicurò aprendo la porta.

La stanza era piccola, bassa e le pareti tappezzate di fotografie d’ogni sorta: paesaggi, animali, persone di tutte le età.

«Non capisco…»

«È la mia personale raccolta di fotografie dell’Esistenza» dichiarò sorridendo, prima di aggiungere: «Quel che ho imparato sin qui è che ciò che chiamiamo Vita non è che l’insieme d’un susseguirsi di momenti, di immagini che, quasi tutti, amano collocare secondo i dettami di Kronos: pare che seguire un ordine tradizionale offra certezze che fan vivere più sereni…».

Pur stranita da quell’affermazione, Elettra trovò il coraggio di chiedergli chi lui fosse.

«Kairos, colui che è presente nei momenti salienti dell’Esistenza, gli unici momenti che tutti, in ordine o confusamente, ricordano.»

«Dunque il tuo segreto è essere un antico Dio della mitologia greca?»

«In parte… Il mio segreto, ora che son costretto a viver da mortale, è sedermi ed ascoltare le narrazioni inerenti alle fotografie che chi mi si palesa innanzi mi sottopone, sia che si tratti di un’istantanea che mostra una sofferenza – ed in quel caso accolgo lacrime e rabbia permettendo loro di liberarsene – o una gioia nel qual caso compartecipo della gioia espressa.»

«Tutto qui? Sedersi ed ascoltare?»

«Tutto qui, sebbene per me sia assai più semplice che per chi ha una vita altra, una vita che segue le imposizioni di Kronos.»

Elettra lo fissò, non sapendo bene cosa rispondere.

Rimasero in silenzio, mentre nella mente di Elettra andavano susseguendosi una serie di immagini.

«Quindi stai dicendomi che chi, come mia zia, interagisce con gli altri rispondendo in modo insensato, stia solo pescando alla rinfusa dal suo album dei ricordi? Non v’è nessun tipo di conscia cattiveria in quel che fa?»

«Nessuna malignità, solo un pescare alla rinfusa, sebbene in gran parte determinato dagli stimoli circostanti, come un volto sorridente o un ambiente nuovo. Pensavo tu ne fossi già consapevole, dato il quotidiano atteggiamento che ti ho visto tenere in questi due anni…»

«Il mio agire è dato dal ritenere che ogni vita sia preziosa, anche quella che non ci riconosce più. Non mi ero mai soffermata a ragionare sugli aspetti che tu mi hai palesato. Si è sempre trattato più di carità di stampo cristiano che di reale comprensione. E ora che te lo dico, me ne vergogno pure un poco.»

«Ha poca importanza quale sia stato il tuo movente sin qui, tranne che per te, che hai dovuto forzarti ed impegnarti. Auspico che d’ora innanzi il tuo compito ti sia più lieve.»

***

Il giorno seguente Elettra appese nel suo ufficio una nuova cornice al cui interno v’era riportato quanto segue:

Tutti siamo ugualmente esposti alla tirannide di Kronos, ma da ogni singola esistenza che incrocia il nostro cammino possiamo apprendere un qualcosa che può ampliare gli orizzonti del nostro quotidiano, permettendoci di vivere con maggior pienezza gli istanti che Lachesi misura per noi. Kairos dovrebbe essere la misura del nostro Tempo in divenire, affinché noi ci si possa apprestare sereni al nostro viaggio.

«Forse un po’ criptico per chi non conosce me e i miei parenti…» osservò Kairos. «Forse… Ma qual migliore occasione per ampliare i propri orizzonti se non quella di trovarsi innanzi qualcosa di cui ancora non si è fatto esperienza?»

Una risposta.

  1. Andrea ha detto:

    Molto molto bello! Trattare un argomento cosí particolare come il tempo, nel modo che hai usato nel racconto è davvero stupefacente.
    Complimenti!
    Mi è piaciuto proprio!

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