LA SCRITTURA NON SI INSEGNA?

Nella quarta di copertina di un libro che non è quello che vi sto per recensire (ma è comunque un testo che mi sento di consigliare soprattutto alle donne che ci seguono: Liberati della brava bambina, HarperCollins, 2019) viene detto che la filosofia aiuta a mettere dei punti di domanda laddove si trovano punti fermi ed è quello che ho voluto fare con il titolo di questo articolo. D’altro canto, da un libro che si intitola “La scrittura non si insegna” (minimum fax, 2020) tutto ci aspetteremmo fuorché una sorta di guida spirituale per aspiranti scrittori. Eppure è esattamente quello che fa Vanni Santoni in questo agile volumetto (94 pagine, 13€) durante la lettura del quale si capisce che, sotto sotto, un punto interrogativo alla fine del suo titolo, forse, ce l’avrebbe messo anche lui.

Chi è Vanni Santoni?
Scrittore, editor, docente di corsi di scrittura, direttore editoriale e giornalista. Classe 1978, non si può dire che non si sia dato da fare nella sua vocazione all’eclettismo. Perché se da una parte le vesti di scrittore, insegnante di scrittura e giornalista, sono sovrapponibili senza troppi intoppi, l’essere editor e anche scrittore è qualcosa che nasconde più insidie di quanto non si pensi. Come scrittore, soprattutto se affermato o comunque noto, si ha un proprio gusto, ma soprattutto un proprio stile; quando dunque si indossano i panni dell’editor, i rapporti con gli autori con cui si entra in contatto possono essere estremamente scivolosi (la conoscete la storia di Raymond Carver e Gordon Lish? La prossima volta ve la racconto). Da un lato, un editor che è anche scrittore avrà la tentazione di riformulare i periodi che non lo convincono (mentre un buon editor dovrebbe per lo più limitarsi a segnalare il “problema”, lasciando all’autore il compito di sbrogliare la matassa) rischiando di inquinare lo stile dell’autore con il proprio, dettando quasi un modello. Analogamente l’autore, soprattutto se è esordiente o comunque meno noto dell’editor, si sentirà o in competizione o in soggezione, a seconda del valore che attribuisce all’editor in questione come scrittore.
Insomma, non voglio andare troppo fuori tema, ma il dubbio che Santoni voglia proporre un modello di scrittura emerge anche in questo libro, motivo per cui ho fatto questa premessa. E ne farò un’altra, a scanso di equivoci: personalmente mi trovo d’accordo con buona parte dei concetti che esprime, ciò nonostante non faccio fatica a riconoscere che il mio (che casualmente coincide con quello di Santoni) è un modello soggettivo e come tale più che opinabile, non è certo materiale per scrivere un saggio sulla scrittura. Ed è chiaro che l’autorevolezza dell’interlocutore dà un valore diverso a una stessa istanza (un conto è che io pretenda di istituire un canone, un conto è se lo fa Vanni Santoni), ma la scrittura, al netto degli errori grammaticali, morfologici, di coerenza logica o sintattici, è un terreno troppo sdrucciolevole per pretendere di fissare delle regole.

Fatte queste dovute premesse, veniamo finalmente alla recensione del libro.
Il volume è veloce e scorrevole, sia per la sua brevità, sia per il linguaggio che l’autore utilizza nell’esporre la propria teoria. Santoni si rivolge direttamente all’aspirante scrittore o scrittore in erba apostrofandolo in maniera quasi confidenziale, dialettica: l’autore dichiara una tesi, poi si confuta da solo immaginando possibili obiezioni e proponendo un’antitesi e infine conclude con una sintesi che rielabora entrambe le posizioni e generandone una terza, più completa.
La scrittura non si insegna, dice Vanni Santoni e l’esergo che apre il suo libro non potrebbe essere più eloquente:


«Se un ragazzo venisse a trovarla e le chiedesse: “Voglio diventare scrittore, mi dica cosa devo fare”, lei che risponderebbe?»
«A mo’ dei maestri zen, cercherei di rompergli una sedia sulla testa. È possibile che il giovane capisca cosa c’è oltre la sediata, ma se, nonostante tutto, la risposta non gli fosse chiara, gli direi che il solo fatto di chieder consigli ad altri in materia letteraria dimostra la mancanza di una vera vocazione»

Julio Cortázar, intervistato da Mario Vargas Llosa

Non bastasse questa apertura, nell’introduzione Santoni passa in rassegna le opinioni di alcuni fra i più importanti autori e critici italiani, interrogati a proposito delle scuole di scrittura. Ne cito una tra le più morbide:

Ho qualche dubbio sulla loro utilità e mi domando se non sarebbe meglio trasformarle tutte in scuole di lettura. Sono i lettori che mancano: di scrittori ce ne sono fin troppi.

(Luigi Malerba)

Eppure un senso alla pubblicazione di questo libro – così come ai svariati corsi di scrittura che tiene l’autore – va trovato. Dunque Santoni, seppur ribadendo la necessità, soprattutto per gli esordienti, di essere nemici di ogni teoria, espone la propria, che consta di due soli precetti: la dieta e la disciplina. Vediamoli più nel concreto.

Il capitolo intitolato Dieta consiste sostanzialmente in varie liste di libri la cui lettura, secondo l’autore, è imprescindibile per cominciare anche solo lontanamente a concepire l’idea di potersi mettere a scrivere. Dico varie perché, secondo lo stile dialettico che contraddistingue l’intero andamento di questo libro, Santoni ne stila una, poi si contraddice e aggiunge altri titoli, poi si auto obietta il fatto di non aver considerato la narrativa di genere e ne butta giù altre due o tre e, insomma, arrivati alla fine del capitolo ho contato che la sua dieta si compone di un centinaio di libri che spaziano dai classici, ai capolavori indiscussi del romanzo ottocentesco, alle opere più contemporanee, ma che in qualche modo hanno ridefinito un canone (vi dico solo che includerebbe anche Harry Potter, ma non lo inserisce solo perché è certo che lo abbiano già letto tutti). Questi libri corrispondono al giusto apporto proteico di una dieta sana e necessaria per riconfigurare la propria posizione da lettore a scrittore. Non rinnega la narrativa commerciale, ma sostiene che quella sia il junk-food a cui ogni tanto ci piace fare concessioni: non dobbiamo privarcene del tutto, ma non può costituire la maggior parte della nostra dieta.
Contempla anche la genialità che non ha bisogno di altro che di attingere al proprio estro interiore per concepire dei capolavori (e cita, a questo proposito, Kafka e Rimbaud), ma di geni veri ne nascono pochi, tutti gli altri capo basso e seguire la dieta.
La sua convinzione è che più si legge e più si acquisiscono strumenti per migliorare la propria scrittura, si riconoscono più velocemente i cliché letterari, si capisce come si struttura un buon incipit, si prende confidenza con l’articolazione di archi narrativi solidi e ben congegnati; tutte cose che nessuna lezione può insegnare meglio dell’acquisizione osmotica attraverso la lettura.

La Disciplina è il secondo precetto e consiste in una regoletta semplice semplice: scrivi tutti i giorni.
All’inizio suggerisce di tenere il ritmo di 3000 battute al giorno, ma con l’obiettivo di arrivare a 5000. Chiaramente l’ideale è scrivere il proprio progetto, che sia un romanzo, dei racconti o una poesia, però l’osservazione che fa Santoni è che l’importante è che si scriva, quindi se al momento si è in blocco, o se non è ancora sorta l’idea perfetta per il proprio romanzo, si possono prendere dei racconti in cui la struttura prevalga sullo stile (lui propone, ad esempio, Čechov) e provare a riscriverli, mantenendo fisso l’intreccio e cambiando ambientazione e personaggi. In questo modo si comincia a padroneggiare la struttura e si stimola anche la fantasia, che può cominciare a vagare alla ricerca di idee.
Sulla scrittura quotidiana non transige: la disciplina è tutto. Raccomanda di ritagliarsi uno spazio preciso, possibilmente sempre alla stessa ora, di rosicchiarlo concretamente ad altre attività per dargli valore. In quello spazio di tempo si dovrà lavorare con Internet spento per non distrarsi, servendosi quindi di dizionari cartacei, e si dovrà sacralizzare quell’appuntamento con la scrittura facendone quasi un rituale. L’appuntamento quotidiano è, secondo Santoni, l’unico metodo per entrare dentro la propria opera, per raggiungere quasi uno stato di alterazione della realtà nel quale si finirà per pensare al proprio libro anche, e soprattutto, mentre non si sta scrivendo. In questo modo, alcuni snodi narrativi o risoluzioni di stalli in cui si può essere incappati verranno ragionati e risolti mentre si è in coda alla posta, o a fare la spesa al supermercato; questo azzera i tempi legati al “pensare” a cosa scrivere e, arrivati al proprio appuntamento quotidiano con la scrittura, la penna correrà sul foglio (o le dita sulla tastiera) con la fluidità sicura di chi ha già pensato a cosa scrivere e deve solo trasporlo su carta.
Con questo non nega che all’autore possano capitare momenti di profonda ispirazione durante i quali è in grado di scrivere per ore, ma considera quelli delle eccezioni e l’appuntamento quotidiano la disciplina.

A questi due capitoli fa seguito il terzo, titolato Intermezzo, dove Vanni Santoni afferma che il libro potrebbe anche concludersi lì, a rimarcare che lettura di buoni libri e disciplina nello scrivere quotidianamente sono le uniche due norme imprescindibili. Ma seguono comunque alcune avvertenze, frutto esclusivamente della propria esperienza, che lui stesso definisce empiriche e soggettive. Tali avvertenze vengono organizzate in quattro capitoli intitolati Cose da non fare (Prima cosa da non fare, Seconda cosa da non fare, ecc…). Qui troverete accorgimenti e trucchetti che l’autore però inquadra come meri “integratori” della dieta di cui sopra e di cui non vi parlerò nel dettaglio perché altrimenti vi avrei raccontato l’intero libro.
Il volume si conclude con il capitolo Ostensione (e pubblicazione) nel quale vengono affrontati tutti i temi legati alla pubblicazione di un manoscritto, compresa la questione EAP (da noi già affrontata nell’articolo I costi dell’editoria), e anche qui vengono snocciolati una serie di dati e di moniti che ho trovato molto ficcanti.

Complessivamente, consiglio la lettura di questo libro anche se trattando un tema del genere, è inevitabile cadere nella contraddizione come ho fatto, un po’ provocatoriamente, notare qua e là. La stessa Dieta è totalmente opinabile e si potrebbe obiettare che alcuni autori e autrici di grande successo non hanno, magari, mai letto la mole di libri che viene indicata, ma mi sento di concordare con Santoni quando dice:

Qua non si fanno promesse in malafede: solo facendoti un culo mostruoso nella lettura prima e nella scrittura poi, diventerai uno scrittore o una scrittrice.
Eh, ma c’è chi lo è diventato senza sforzo.
Sicuro? Anche se ci fosse, vuol dire che è geniale oppure molto fortunato, e se ti chiedessi, come requisito preliminare, di essere geniale o molto fortunato, questo non sarebbe un pamphlet serio.

(pagg. 32-33)

E voi cosa ne pensate?
Siete d’accordo con la tesi di Vanni Santoni?
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