NOTTE ROMANA

Racconto in concorso

NOTTE ROMANA

Di Martina Alessandroni

Il ticchettio dei miei stivali sui sanpietrini era l’unico suono nell’altrimenti silenziosa notte romana. I primi gelidi venti invernali avevano convinto a restare a casa la gran parte degli abitanti e persino gli onnipresenti turisti si tenevano alla larga da quel dedalo intricato di viuzze in cui era così semplice perdersi.
A quanto pareva, quella sera avrei solo sprecato il mio tempo.
Infastidita, svoltai per il vicoletto di Campo Marzio dove in genere stazionavano i giovani pusher – persino loro grandi assenti – e passando davanti alla casa del Caravaggio gli lanciai un’occhiata di rimpianto: mi ero davvero divertita a fargli da modella…
Camminavo immersa nei ricordi, quando un profumo inaspettato, tanto diverso dal tipico olezzo di urina e immondizia tipico di quelle strade, mi riportò al presente. Esaltazione, ferocia, sudore… e un pizzico di soddisfazione. Seguii quell’aroma seducente attraverso uno stretto passaggio che correva tra le pareti di due palazzi senza finestre e sfociava in una… be’, chiamarla piazza sarebbe stata un’iperbole; diciamo una specie di cortile chiuso, probabilmente usato come deposito dai negozi della via parallela e ingombro di casse vuote e sacchi dell’immondizia.
Tre tizi avevano stretto all’angolo il povero malcapitato di turno e lo stavano letteralmente gonfiando di botte divertendosi anche parecchio, a giudicare dalle loro risate sguaiate.
Feci un passo avanti e poi mi bloccai, nel momento in cui mi resi conto che non erano i tre energumeni a emanare la nota di soddisfazione. Con tutti i pestaggi che avvengono in questa maledetta città, con quasi tre milioni di abitanti, proprio lui dovevo incontrare?
«Merda!» sibilai a mezza bocca, ma tanto bastò per farmi notare.
Nello stesso istante, quattro teste si voltarono verso di me, una delle quali emise un mugolio di insoddisfazione.
Quello che, evidentemente, era il capo della piccola gang stirò le labbra in un ghigno e si diresse verso di me con quelli che nella sua testa dovevano essere movimenti felini.
«Bene, bene, bene… Cos’abbiamo qui? Ti sei persa, bambolina?»
Si fermò davanti a me prendendosi tutto il tempo per farmi scivolare sul corpo il suo sguardo famelico. Sentii i suoi occhi palparmi, risalendo lentamente dagli stivali tacco dodici a mezza coscia ai fianchi fasciati nei leggins di pelle, indugiare sul top di cachemire all’altezza del seno per poi fermarsi un istante sulle labbra carnose. Ma fu quando raggiunse i miei occhi che vidi il suo sguardo cambiare e trasformarsi da semplice desiderio in brama di possesso, un bisogno animale così travolgente che l’erezione gli tese all’istante la patta dei calzoni.
Un vero cliché: non c’era uomo che non reagisse così.
«Hai gli occhi viola», disse con una sorta di reverenza.
Normalmente ne avrei approfittato – in fin dei conti era per quello che me ne andavo in giro a quell’ora di notte – e gli avrei regalato la scopata più bella della sua vita… prima di nutrirmi della sua anima. Un bel banchetto per me e una morte da orgasmo per lui, di certo una fine infinitamente migliore di quanto quel balordo meritasse. Ed era anche il mio tipo, per di più: alto, piazzato e maschio abbastanza da farmi venire l’acquolina. Ma quell’incontro inaspettato mi aveva tolto l’appetito.
Il tizio allungò una mano verso il mio seno, ma lo scacciai come una mosca con un gesto infastidito.
«Lascia perdere, tesoro. Mi è passata la voglia.»
Feci per andarmene e lui mi agguantò la spalla con la mano ancora sporca del sangue del pestaggio, macchiando la mia giacca di pelle rosa preferita. Grosso errore. Mi voltai, gli presi la mano e con una leggera pressione gli spezzai due dita tirandole indietro.
Devo ammettere che il suo urlo di dolore mi diede un brivido di piacere.
«Se ci tieni a tornare a casa con tutti gli arti, non provare più a toccarmi», cinguettai con voce dolce.
«Brutta stronza!» latrò lui in risposta cercando di colpirmi con l’altro braccio. Lo intercettai e lo spezzai di netto con una torsione.
Cadde in ginocchio ululando una bestemmia e i suoi compari gli furono accanto. Se anche avessero avuto intenzione di vendicarlo, bastò loro uno sguardo per rinunciare. Tirarono su di peso il capobranco e lo trascinarono via, mentre quello continuava a urlare minacce e bestemmie.
Feci spallucce e mi andai a sedere su una cassa accanto alla loro preda abbandonata che, nel frattempo, si stava rialzando tra i mugugni.
«Con tutta la città a disposizione, dovevi venire proprio qui stasera?» mi disse sputando una boccata di sangue e saliva.
Mi lasciai sfuggire una risatina. «Credimi, Merisi, non avevo intenzione di romperti le uova nel paniere. È stato un caso.»
Sfilai la mia fiaschetta d’emergenza dalla tasca interna della giacca e gliela offrii in segno di pace.
«Vuoi sciacquarti la bocca?»
Lui esitò un istante, rimettendo a posto il naso rotto che si assestò con uno sgradevole scricchiolio, poi la prese e venne a sedersi accanto a me.
«Alla salute!» brindò, prima di ingollare un sorso generoso e ripassarmela. I tagli e i lividi sul suo viso si stavano già rimarginando; peccato che non potesse fare nulla per il sangue incrostato sui vestiti e tra i capelli.
«Hai un aspetto orrendo, lo sai?» lo informai.
«Poco male. Mi farò una doccia nell’appartamento prima di tornare a casa. Tu, piuttosto. Dopo Vienna non avevi detto che non volevi più vedermi?»
«Te l’ho detto: è stato un caso. E poi mi sembrava che fossi d’accordo anche tu. “Siamo troppo diversi per essere amici”», lo scimmiottai. «Ma la verità è che volevi impedirmi di essere me stessa mentre io avrei dovuto lasciarti divertire.»
Lui rise scuotendo la testa.
«Lasciarti “essere te stessa” significava lasciarti libera di nutrirti degli umani mentre io…»
«Mentre tu, ti facevi riempire di botte un giorno sì e l’altro pure per raggiungere l’estasi» conclusi per lui. «Il fatto che tu abbia ancora l’appartamento significa che non hai ancora fatto coming out con i tuoi?» aggiunsi poi per cambiare argomento. Non mi andava di litigare.
«Scherzi?» sbottò lui scoppiando a ridere. «Il figlio dell’Arcangelo Michele che ammette di essere un masochista e di farsi picchiare per raggiungere l’orgasmo? Mi rinchiuderebbe nel giardino dell’Eden, incatenato e in isolamento fino alla fine dei tempi. Lo sai che l’onore, in famiglia, è tutto».
Mi limitai a sospirare comprensiva e ci fu un momento di silenzio. Poi riprese: «E tu invece? Tuo padre ancora non accetta le tue scelte?»
Fu il mio turno di ridere con tono amaro.
«Che cazzo significa che vuoi strappare l’anima solo a chi se lo merita? – Ero sempre stata brava a imitare la voce di mio padre e lo feci ridere – Il giudizio è prerogativa del Trono. Il paravento che usa per mascherare le sue menzogne. Noi demoni non facciamo distinzioni, non giudichiamo, non puniamo. Non ci nascondiamo dietro le sue falsità. Noi siamo quello che siamo e basta!»
Buttai giù un bel sorso dalla fiaschetta e la passai al mio strano compagno di sventure.
«Lena, mi dispiace davvero tanto», rispose mesto. Io mi limitai a scuotere la testa in silenzio. A che serviva lamentarsi ancora? Quasi seicento anni e nulla era cambiato di una virgola.
«Mi piacerebbe ritrarti ancora, sai?» aggiunge poi, dopo un attimo di silenzio meditabondo.
Quella frase mi strappò un sorriso. «Ancora armeggi tra colori e pennelli?»
«Potrebbe mai Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, smettere di dipingere?»
«Mi piaceva farti da modella», ammisi. «E potrei anche rifarlo… se mi prometti che mi lascerai semplicemente “essere me stessa”.» Mi ero davvero buttata, ma in fondo perché no? Perché non farlo? Eravamo semplicemente perfetti, insieme. L’angelo masochista e la demone che ama infliggere dolore: una combinazione che ci permetteva di fare scintille, specie a letto.
A patto che non ci mettessimo a discutere di etica dell’esistenza.
Mi guardò con gli occhi socchiusi dal sospetto.
«Mi stai forse proponendo quello che penso?»
Mi limitai ad alzare un sopracciglio con un sorriso ammiccante.
«Intendi dire che non vuoi?»
Le sue labbra si aprirono in quello stesso sorriso da furfante che mi aveva conquistata per la prima volta nel 1590.
«Diamine! Certo che lo voglio!» e alzò la mia fiaschetta in un brindisi.
Alla fine, quella notte non è andata affatto sprecata.

2 risposte

  1. Francesco ha detto:

    Voto assolutamente questo racconto!

  2. Corrado ha detto:

    Molto bello, brava! Voto questo racconto

Rispondi a Francesco Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: