IL CORTILE (O BRUNCH CON I VICINI DI CASA ALIENI)

Racconto in concorso

IL CORTILE (O BRUNCH CON I VICINI DI CASA ALIENI)

Di Mauro Colarieti

Si erano trasferiti da poco. Gli occhi più attenti, però, avevano capito fin da subito che non si sarebbero mai amalgamati al nuovo quartiere. La ragione principale oltre alla loro apparenza? Il cortile. Davvero, era assurdo. Il fattore ancora più ironico della nuova famiglia è che non facevano neanche apposta a essere così strani. Non si erano tuffati nella loro eccentricità, ci erano proprio inciampati di faccia.

A Margherita Montecarlo quel cortile regalava un senso di trash tipico dei film indipendenti ambientati in cittadine della West Coast, quelli che le piacevano tanto quando era nella sua fase non-sono-come-le-altre-ragazze. C’erano fenicotteri di plastica piantati qua e là, piccole famiglie di cactus che ricordavano il New Mexico e un barbecue quasi più grande del cortile stesso. Era un pugno nell’occhio, ma Margherita non riusciva proprio a screditarlo.

Ratvij, il capofamiglia, indossava spesso delle canotte piene di macchie d’olio. Quel giorno non fu un’eccezione. Da quando si era trasferito sulla Terra due settimane prima, nessuno dei vicini lo aveva ancora visto senza una spatola tra le dita e le mani coperte dai guanti da forno. Quest’uomo amava il suo barbecue e amava ancora di più utilizzarlo per servire il resto del quartiere.

Era un tentativo un po’ forzato di essere accettato. Nessuno si era ancora presentato ai suoi brunch della domenica e, se suo figlio lo implorava di perdere le speranze e rinunciare al farsi degli amici, Ratvij non mollava l’osso; si metteva al tavolo della cucina ogni lunedì, scriveva a mano le lettere d’invito e le lasciava nelle cassette postali dell’intero vicinato – era anche un modo per praticare la lingua del posto, si diceva. Aveva sempre questo sorriso speranzoso, quello di un cane abbandonato per strada che non si arrende al proprio destino solitario. Ebbene, il destino della famiglia Carxax era l’essere diversi, impopolari nel loro nuovo territorio. Il loro destino era diventare, letteralmente, gli alieni del quartiere.

Quando sei di un’altra razza, il tuo pianeta viene fatto esplodere e sei costretto a rifugiarti sulla Terra per delle alleanze socio-cosmiche campate per aria – e vieni piazzato nella prima villetta a schiera disponibile senza manco considerare le conseguenze… beh, i tuoi vicini di casa ti vogliono tenere alla larga, vogliono parlare male di te. Prima magari parlano male del proprio Paese o dell’incompetenza del Ministro degli Affari Cosmici, ma poi si accorgeranno che non possono cambiare niente senza alzare il culo dalla poltrona e cominceranno a denigrare la tua famiglia. Sono troppo frustrati, si sentono troppo piccoli e inutili per non guardarvi: siete voi il problema. In un paesino in cui non succede niente come Grano, poi, la gente parla sempre male, che tu sia nel nucleo famigliare dei Carxax o meno. Nessuno ha di meglio da fare in posti del genere.

Margherita continuava a mordicchiare la cannuccia di carta del suo milkshake al mango, come se per qualche ragione la trovasse più gustosa della poltiglia dolciastra dentro al suo bicchiere. Con gli occhi incollati alla finestra, la giovane Montecarlo aveva trovato la posizione perfetta per studiare Ratvij. Era intento a capovolgere i suoi hamburger con una tecnica infallibile. Quegli ammassi di carne sintetica facevano delle giravolte impressionanti, sembravano quelle ballerine professioniste che si lanciano in aria e fanno piroette da urlo per poi tornare coi piedi sul palco – o, in questo caso, sulle fiamme del barbecue.

La cannuccia era ormai distrutta quando Margherita decise di diventare la prima persona del quartiere a partecipare al terzo brunch domenicale dei Carxax. Ma se gli stolti avrebbero potuto pensare che le motivazioni dietro alla sua scelta fossero una sorta di pena mista a carità, lei sapeva la verità: era curiosa, affascinata da quel mondo esotico incubato a pochi metri da casa sua, più precisamente al numero 7 di Via Nardi.

Suo padre era al lavoro, la sorella era appena andata a fare il test d’ammissione alla facoltà di Astronomia: Margherita poteva uscire di casa con un’ottima percentuale di non essere beccata.

Aprì l’armadio, già sapendo di non avere un completo per il tipico evento “brunch-con-i-nuovi-vicini-di-casa-alieni”. Una parte di lei voleva essere il più invisibile possibile per evitare che le voci girassero in fretta, ma l’Altra Parte no.

L’Altra Parte era la celeberrima nemica di Margherita. Lo era sempre stata. Quella voce cancerogena che combatteva da anni, che le urlava in continuazione di farsi notare, di far parlare di sé nel bene e nel male, di ammettere che si sentiva viva solo e soltanto quando era al centro dell’attenzione. Forse presa dall’istinto e dalla scarica d’adrenalina nel fare qualcosa che suo padre le aveva vietato da settimane, decise di ascoltare questa sua voce stridula e malata.

Pensieri egocentrici e narcisistici cominciarono a fiorire a grappoli nella sua testa. Come una macchia di petrolio, la sua parte nemica aveva preso il controllo del suo cervello. In quell’istante c’era solo Margherita e quello che avrebbe fatto per sentirsi rilevante.

Tra i vari capi sparsi sulle lenzuola del suo letto, afferrò un innocente vestitino estivo color giallo canarino. Non sapeva bene perché, ma quando lo indossava si sentiva un’altra ragazza, come se all’interno del tessuto ci fosse stata un’aura in grado di farle cambiare personalità, atteggiamento, movimenti e tono di voce. A dirla tutta, quel vestito aveva il potere di farla sentire diversa anche fisicamente. Quando si guardava allo specchio, le sembrava che i suoi occhi diventassero sempre più grandi e rotondi, simili ai bottoni sui cappotti vintage della nonna. I capelli erano più lisci, più lucenti. Le labbra non erano screpolate, ma anzi prorompenti e ingombranti come un palloncino.

Provava questo pesante calore estivo che però non le bruciava la pelle e, data l’occasione particolare e l’insistenza di quella voce annidata nella sua testa, le sembrò soltanto controproducente provare a indossare qualcosa che la facesse sentire noiosa e prevedibile. Il vestito giallo canarino era la sua divisa militare, i tacchi bianchi che aveva indossato al suo diciottesimo erano ora un carro armato.

A breve, Margherita Montecarlo sarebbe uscita di casa e avrebbe attraversato la via. Si sarebbe tramutata in un meteorite che attraversa l’atmosfera, un masso catapultato da un pianeta all’altro in una partita di tennis cosmica. L’esplosione sarebbe stata inevitabile e, in una ragazza come Margherita, il solo pensiero di poter essere così influente le provocava delle profonde scosse elettriche alla spina dorsale.

Non aspettò molto a uscire dal cancello d’ingresso, anzi. Era così determinata nella sua camminata che l’asfalto tra il suo giardino e quello dei Carxax sembrava riempirsi di crepature man mano che i tacchi seguivano la traiettoria. Con un gesto della mano si spinse i capelli dalla spalla destra alla schiena, camminando sempre più veloce per attraversare il confine tra due mondi.

La sagoma di Ratvij si faceva sempre più nitida, Margherita fu finalmente in grado di cogliere nuovi dettagli del suo volto, della sua postura, del suo corpo. Del suo cortile. Era come se avesse pagato un abbonamento per una rete Internet più veloce o un servizio di streaming in alta risoluzione. La giovane Montecarlo guardò la strada alla ricerca di qualche occhiataccia, per poi immergersi nel giardino dei Carxax con un sorriso impostato. Margherita aveva barattato il suo cosmo per il loro, aveva fuso i due nella speranza di crearne un terzo.

Una risposta.

  1. Claudio ha detto:

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