NESSUNO SA CHE ESISTO

Racconto in concorso

NESSUNO SA CHE ESISTO

Di Lara Gerbi

Sollevo la testa dal cuscino e tendo l’orecchio, trattengo il respiro sperando di non sentire nulla. Con i suoi caratteri rossi, la sveglia sul comodino segna le 03:44.

Il buio della stanza impallidisce di fronte al buio che ho dentro, “Ombra” la chiamo. Esiste ormai da tempo e si espande senza sosta, portandosi via pezzetti di me, come se volesse inghiottirmi e condurmi da qualche parte. Improvvisamente capisco dove, non l’avevo mai compreso, ma questa notte è diversa da tutte le altre.

Mi alzo cercando di fare piano; non posso permettermi di svegliarti e ricacciare indietro l’Ombra, anche se ormai sono quasi diventata brava a farlo.

Decido di rimanere in pigiama; nel posto in cui sto andando non mi servono vestiti.

Cerco solo la giacca e le scarpe, non importa quali, sempre senza far rumore, poi prendo le chiavi della macchina dallo svuotatasche accanto alla porta ed esco.

L’Ombra arretra, quasi confusa, come se non si aspettasse questo passo, poi sembra capire quello che sto pensando: “Vengo con te, portami dove vuoi”. L’aria di sfida cede il posto alla resa.

Prendo la macchina, fa molto freddo e non c’è nessuno per strada a quest’ora. Certo, avrei potuto immaginarlo, ma il silenzio mi sorprende comunque, il freddo invece è quasi piacevole.

In Piazza Dante il faccione di Grock mi guarda dalla facciata dell’Ex Cremlino, il “signore cattivo” come lo chiami tu. “Ma no, ha solo una faccia un po’ strana” rispondo io, ogni giorno, ogni sera, fino a quando le luminarie natalizie verranno spente e noi troveremo una nuova routine. Un piccolo tassello va al suo posto, l’Ombra è sempre con me.

Proseguo fino alla Spianata e poi ancora, fino a dove è concesso arrivare con la macchina. C’è una specie di rotonda in fondo, prima dell’inizio dell’Incompiuta, semplicemente disegnata sull’asfalto, dove ci si può girare per tornare indietro, ma non è quello che devo fare.

Spengo la macchina. Il silenzio adesso è ovunque, ma sono ancora al sicuro. Scendo, e tutto cambia.

Lo scoglio della Galeazza è lì, dove è sempre stato, solo l’assenza della luna mi impedisce di vederlo. Le onde hanno un suono diverso qui rispetto ad ogni altro posto, è il modo in cui accarezzano lo scoglio, o lo schiaffeggiano.

Mi fermo qualche minuto, immobile nel buio e nel silenzio; al mondo, adesso, esiste solo il rumore del mare, accompagnato dal mio respiro. So che non posso tornare indietro: l’Ombra mi chiama, il mare mi chiama.

Scendo la scala verso la spiaggia tenendomi al mancorrente. Ad un certo punto, attraverso la suola delle scarpe, sento che le pietre hanno preso il posto dei gradini, la mano destra non trova più alcun sostegno: sono arrivata in fondo.

Indovinando la direzione da prendere, mi avvicino subito al mare, che stanotte accarezza lo scoglio con delicatezza. Vorrei che ci fosse la luna a dare il giusto colore alle cose; il mare è nero senza di Lei. Forse anche per questo è proprio la notte giusta.

Faccio un altro passo, sono nel mare adesso. Passano un paio di secondi prima che l’acqua impregni completamente le mie scarpe, e che io mi renda conto di quanto è ghiacciata, ma anche di quanto è facile proseguire.

Adesso lo sento: un freddo che non credevo potesse più esistere, che ti riporta a quando sei nato. Avrei dovuto capirlo subito che quel freddo non mi avrebbe più abbandonata. La forza che avrei dovuto avere non l’ho avuta, né quel giorno né mai, altrimenti ricorderei, e non sarei qui.

Una volta una persona ha cercato di spiegarmi quanto è facile superare i propri limiti. Mi chiedo se essere qui significa che io non sono stata in grado di farlo, o se lo sto facendo ora.

Alzo le braccia verso il cielo, la punta delle dita rivolta verso l’alto. Vedo e sento qualcosa che abbandona il mio corpo, dei fili argentati stanno uscendo dalla punta delle mie dita e attorcigliandosi tra loro salgono a spirale verso il cielo scuro: questo è tutto ciò che rimarrà di me, da qualche parte.

L’acqua mi arriva ormai sopra la vita, sollevo i piedi e mi lascio andare. Il mare mi porta là dove voglio stare. Nessuno sa che esisto.

* * *

Sono di nuovo nella mia stanza.

Vedo i miei capelli sul cuscino, inizio a sentire il mio corpo che non è il mio.

Devo rientrare.

Nessuno sa che esisto.

Una risposta.

  1. Isabella D.P.Bonet ha detto:

    Voto questo racconto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: